Si può votare alla Provincia un candidato di centrosinistra e al Comune uno di centrodestra? A Roma sì. Lo hanno fatto in 54.691 domenica e lunedì mettendo la preferenza sulla “strana coppia” Zingaretti-Alemanno.
Il famoso voto disgiunto che tanto non è andato giù a Rutelli, e del quale l’ex premier ora attende urgenti spiegazioni. Aspettando che dal loft del Pd esca qualche matematico con in mano una teoria credibile, a tentare di rispondere alla spinosa domanda ci pensa un sondaggista, Luigi Crespi. L’unico tra i suoi colleghi ad azzeccare in anticipo la vittoria di Alemanno. Sbeffeggiando persino i bookmakers inglesi che pagavano meno il successo di Rutelli rispetto allo scudetto dell’Inter.
Azzeccati i pronostici della vigilia, Crespi ora prova a confermarsi anche nelle analisi post-voto. La sua è una teoria piuttosto azzardata. “Molti dei 55.000 elettori che hanno votato Zingaretti e Alemanno sono della Sinistra arcobaleno, in particolare di Rifondazione Comunista”. E perché mai? “La Sinistra Arcobaleno ha espresso un voto disgiunto, un voto diretto a punire Rutelli, Veltroni e la decisione del Pd di andare da solo alle politiche condannandoli alla scomparsa in Parlamento”.
Una vendetta in piena regola dunque. Teoria azzardata ma per nulla solitaria. La pensa così, infatti buona parte della stampa (ovviamente quella più vicina a Veltroni) come Massimo Giannini che lunedì, a risultato acquisito, sulle pagine di repubblica.it teorizzava come a fare a montare la “marea nera” della capitale abbia contribuito un’evidente pregiudiziale Rutelli a sinistra. Soprattutto nelle aree più radicali. Punire Rutelli, secondo Giannini, per “dare una lezione al Pd, colpevole di aver cannibalizzato la sinistra nel voto nazionale di due settimane fa”. Ipotesi che piace ai veltroniani, un po’ meno ai rutelliani.
E a sinistra? Di “cannibalismo politico” non ne vogliono sentir parlare. Patrizia Sentinelli, in lizza a ricoprire per rifondazione la carica di vicesindaco in caso di vittoria di Rutelli, già lunedì pomeriggio, a sconfitta acquisita, aveva avuto lungo i corridoi del comitato elettorale pro-Rutelli un primo vibrante faccia a faccia con Goffredo Bettini che continuava a ripeterle “è colpa vostra, è colpa vostra se abbiamo perso”. “Guarda in casa tua”, la risposta della viceministro degli Esteri uscente. Ieri, a mente più fredda, è tornata ad analizzare la sconfitta. Il dito è però è puntato sempre lì, contro quel “modello veltroniano che ha fallito in tutte le direzioni” perché “il Pd a Roma è un “non partito” e Veltroni ha privilegiato negli ultimi due anni più le scelte che lo vedevano protagonista a livello nazionale che i temi di cura della città. Non si governa solo con i grandi eventi”. Un errore è stato anche quello di ricandidare l’ex segretario della Margherita. “Il fatto che Rutelli si presentasse come un sindaco già visto forse non ha aiutato. Anzi, non ha aiutato di certo. Ma qui non si parlava tanto di un sindaco al posto di un altro: stiamo parlando di uno schieramento determinato al posto di un altro schieramento molto determinato”.
Da questa sconfitta rimane ben poco da conservare. “Rimane – spiega la Sentinelli- questa coalizione”, tra Pd e Sinistra arcobaleno, “capace di stare insieme e da conservare nonostante tutto“. Oltre “alla capacità di interrogarsi sulle diverse facce della sconfitta, sulle sue diverse ragioni”. Bisogna ripartre dall’opposizione a livello istituzionale, io dico anche dalla società”.
Per Alfonso Gianni, sottosegretario uscente allo Sviluppo economico del Prc, l’insuccesso capitolino è figlio dell’assetto nazionale. “Correre da soli alle politiche, come ha deciso Veltroni dicendo di volersi liberare della cosiddetta zavorra che saremmo noi della sinistra, e poi pensare di riutilizzare quella stessa zavorra nel voto per il Campidoglio, è uno schema che non funziona”, anzi “ha finito per indebolire il centrosinistra pure a livello romano”. (Stefano Milani)








