Il Tar della Lombardia si è espresso favorevolmente sulla sospensiva – chiesta dai sindacati confederali: Cgil e Uil di Lecco – sul provvedimento del comune, che aveva stabilito limiti di reddito e di qualità dell’abitazione per concedere la residenza ai lavoratori migranti.
La sentenza del Tar della Lombardia, infatti, è spiegato in un comunicato, non riconosce al Comune la legittimità di intervento su questioni soggette a normative nazionali. La stessa ordinanza sottolinea inoltre che persistono «sospetti di intenti discriminatori (in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione) nei confronti dei cittadini dell’Unione, laddove viene richiesta »preventivamente all’iscrizione anagrafica« una verifica della provenienza e liceità della fonte delle risorse economiche».
Analoga discriminazione viene indicata nei confronti dei cittadini extracomunitari dove il diritto all’iscrizione viene riconosciuto ai soli possessori della Carta di Soggiorno e non anche a chi ha il permesso di soggiorno. Per le Organizzazioni Sindacali si tratta «di un risultato molto importante perchè rappresenta un precedente che può contribuire ad orientare le politiche sociali delle amministrazioni locali e non solo».
Le ordinanze erano dei sindaci di Lecco, Desio, Seregno, Lissone, Biassono, Lesmo, Cogliate e Lazzate. Tutti comuni che, insieme a molti altri, avevano seguito l´esempio del veneto Massimo Bitonci, sindaco del Carroccio di Cittadella, che aveva promosso una ordinanza, poi parzialmente corretta per fermare le polemiche. I sindaci lombardi della Lega, invece, non hanno voluto fare dietrofront, nonostante il ricorso al Tar presentato da tre cittadini stranieri in Brianza e dall’associazione nazionale per i diritti degli immigrati «Oltre le frontiere». Per loro le ordinanze rendevano praticamente impossibile la richiesta di residenza dei cittadini immigrati. Come la donna romena di 37 anni residente a Monza, il 36enne originario del Togo anch´esso residente a Monza e il 39enne della Sierra Leone residente a Villasanta che si sono rivolti ai giudici amministrativi.
Insieme a loro, un cittadino di Lecco al quale il Comune aveva contestato l´assunzione di una badante, sostenendo che non aveva lo spazio in casa per ospitarla.
Il costituzionalista Vittorio Angiolini, che ha curato il ricorso, non ha dubbi. «Si tratta di ordinanze che ledono il diritto degli immigrati – spiega soddisfatto – È la prima sentenza di questo tipo. Non si può chiedere contemporaneamente più sicurezza come fanno questi sindaci e impedire di fatto a chi lo chiede di essere identificabile con la residenza. È quasi un invito a rendersi non più rintracciabili. Le legge attuale già prevede il requisito del reddito minimo per gli immigrati, ma la corte di Giustizia europea ha già sanzionato il Belgio stabilendo che non è consentito chiedere di dimostrare la provenienza di questo reddito».









